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  1. Jock McGraw Guest

    Dove Paolo e Lutero concordano, e dove invece no

    Udienza generale, Piazza San Pietro, Mercoledì, 19 novembre 2008
    Cari fratelli e sorelle,
    nel cammino che stiamo compiendo sotto la guida di san Paolo, vogliamo ora
    soffermarci su un tema che sta al centro delle controversie del secolo della
    Riforma: la questione della giustificazione. Come diventa giusto l'uomo agli
    occhi di Dio? Quando Paolo incontrò il Risorto sulla strada di Damasco era
    un uomo realizzato: irreprensibile quanto alla giustizia derivante dalla
    Legge (cfr Fil 3,6), superava molti suoi coetanei nell'osservanza delle
    prescrizioni mosaiche ed era zelante nel sostenere le tradizioni dei padri
    (cfr Gal 1,14). L'illuminazione di Damasco gli cambiò radicalmente
    l'esistenza: cominciò a considerare tutti i meriti, acquisiti in una
    carriera religiosa integerrima, come "spazzatura" di fronte alla sublimità
    della conoscenza di Gesù Cristo (cfr Fil 3,8). La Lettera ai Filippesi ci
    offre una toccante testimonianza del passaggio di Paolo da una giustizia
    fondata sulla Legge e acquisita con l'osservanza delle opere prescritte, ad
    una giustizia basata sulla fede in Cristo: egli aveva compreso che quanto
    fino ad allora gli era parso un guadagno in realtà di fronte a Dio era una
    perdita e aveva deciso perciò di scommettere tutta la sua esistenza su Gesù
    Cristo (cfr Fil 3,7). Il tesoro nascosto nel campo e la perla preziosa nel
    cui acquisto investire tutto il resto non erano più le opere della Legge, ma
    Gesù Cristo, il suo Signore.
    Il rapporto tra Paolo e il Risorto diventò talmente profondo da indurlo a
    sostenere che Cristo non era più soltanto la sua vita ma il suo vivere, al
    punto che per poterlo raggiungere persino il morire diventava un guadagno
    (cfr Fil 1,21). Non che disprezzasse la vita, ma aveva compreso che per lui
    il vivere non aveva ormai altro scopo e non nutriva perciò altro desiderio
    che di raggiungere Cristo, come in una gara di atletica, per restare sempre
    con Lui: il Risorto era diventato l'inizio e il fine della sua esistenza, il
    motivo e la mèta della sua corsa. Soltanto la preoccupazione per la
    maturazione nella fede di coloro che aveva evangelizzato e la sollecitudine
    per tutte le Chiese da lui fondate (cfr 2 Cor 11,28) lo inducevano a
    rallentare la corsa verso il suo unico Signore, per attendere i discepoli
    affinché con lui potessero correre verso la mèta. Se nella precedente
    osservanza della Legge non aveva nulla da rimproverarsi dal punto di vista
    dell'integrità morale, una volta raggiunto da Cristo preferiva non
    pronunciare giudizi su se stesso (cfr 1 Cor 4,3-4), ma si limitava a
    proporsi di correre per conquistare Colui dal quale era stato conquistato
    (cfr Fil 3,12).
    È proprio per questa personale esperienza del rapporto con Gesù Cristo che
    Paolo colloca ormai al centro del suo Vangelo un'irriducibile opposizione
    tra due percorsi alternativi verso la giustizia: uno costruito sulle opere
    della Legge, l'altro fondato sulla grazia della fede in Cristo. L'alternativa
    fra la giustizia per le opere della Legge e quella per la fede in Cristo
    diventa così uno dei motivi dominanti che attraversano le sue Lettere: "Noi,
    che per nascita siamo Giudei e non pagani peccatori, sapendo tuttavia che
    l'uomo non è giustificato per le opere della Legge, ma soltanto per mezzo
    della fede in Gesù Cristo, abbiamo creduto anche noi in Cristo Gesù, per
    essere giustificati per la fede in Cristo e non per le opere della Legge;
    poiché per le opere della Legge non verrà mai giustificato nessuno" (Gal
    2,15-16).

    E ai cristiani di Roma ribadisce che "tutti hanno peccato e sono privi della
    gloria di Dio, ma sono giustificati gratuitamente per la sua grazia, per
    mezzo della redenzione che è in Cristo Gesù (Rm 3,23-24). E aggiunge "Noi
    riteniamo, infatti che l'uomo è giustificato per la fede, indipendentemente
    dalle opere della Legge" (Ibid 28). Lutero a questo punto tradusse:
    "giustificato per la sola fede". Ritornerò su questo punto alla fine della
    catechesi. Prima dobbiamo chiarire che cosa è questa "Legge" dalla quale
    siamo liberati e che cosa sono quelle "opere della Legge" che non
    giustificano. Già nella comunità di Corinto esisteva l'opinione che sarebbe
    poi ritornata sistematicamente nella storia; l'opinione consisteva nel
    ritenere che si trattasse della legge morale e che la libertà cristiana
    consistesse quindi nella liberazione dall'etica. Così a Corinto circolava la
    parola "panta moi exestin" (tutto mi è lecito). E' ovvio che questa
    interpretazione è sbagliata: la libertà cristiana non è libertinismo, la
    liberazione della quale parla san Paolo non è liberazione dal fare il bene.
    Ma che cosa significa dunque la Legge dalla quale siamo liberati e che non
    salva? Per san Paolo, come per tutti i suoi contemporanei, la parola Legge
    significava la Torah nella sua totalità, cioè i cinque libri di Mosè. La
    Torah implicava, nell'interpretazione farisaica, quella studiata e fatta
    propria da Paolo, un complesso di comportamenti che andava dal nucleo etico
    fino alle osservanze rituali e cultuali che determinavano sostanzialmente l'identità
    dell'uomo giusto. Particolarmente la circoncisione, le osservanze circa il
    cibo puro e generalmente la purezza rituale, le regole circa l'osservanza
    del sabato, ecc. Comportamenti che appaiono spesso anche nei dibattiti tra
    Gesù e i suoi contemporanei. Tutte queste osservanze che esprimono una
    identità sociale, culturale e religiosa erano divenute singolarmente
    importanti al tempo della cultura ellenistica, cominciando dal III secolo
    a.C. Questa cultura, che era diventata la cultura universale di allora, ed
    era una cultura apparentemente razionale, una cultura politeista,
    apparentemente tollerante, costituiva una pressione forte verso l'uniformità
    culturale e minacciava così l'identità di Israele, che era politicamente
    costretto ad entrare in questa identità comune della cultura ellenistica con
    conseguente perdita della propria identità, perdita quindi anche della
    preziosa eredità della fede dei Padri, della fede nell'unico Dio e nelle
    promesse di Dio.
    Contro questa pressione culturale, che minacciava non solo l'identità
    israelitica, ma anche la fede nell'unico Dio e nelle sue promesse, era
    necessario creare un muro di distinzione, uno scudo di difesa a protezione
    della preziosa eredità della fede; tale muro consisteva proprio nelle
    osservanze e prescrizioni giudaiche. Paolo, che aveva appreso tali
    osservanze proprio nella loro funzione difensiva del dono di Dio, dell'eredità
    della fede in un unico Dio, ha visto minacciata questa identità dalla
    libertà dei cristiani: per questo li perseguitava.

    Al momento del suo incontro con il Risorto capì che con la risurrezione di
    Cristo la situazione era cambiata radicalmente. Con Cristo, il Dio di
    Israele, l'unico vero Dio, diventava il Dio di tutti i popoli. Il muro -
    così dice nella Lettera agli Efesini - tra Israele e i pagani non era più
    necessario: è Cristo che ci protegge contro il politesimo e tutte le sue
    deviazioni; è Cristo che ci unisce con e nell'unico Dio; è Cristo che
    garantisce la nostra vera identità nella diversità delle culture. Il muro
    non è più necessario, la nostra identità comune nella diversità delle
    culture è Cristo, ed è lui che ci fa giusti. Essere giusto vuol
    semplicemente dire essere con Cristo e in Cristo. E questo basta. Non sono
    più necessarie altre osservanze. Perciò l'espressione "sola fide" di Lutero
    è vera, se non si oppone la fede alla carità, all'amore. La fede è guardare
    Cristo, affidarsi a Cristo, attaccarsi a Cristo, conformarsi a Cristo, alla
    sua vita. E la forma, la vita di Cristo è l'amore; quindi credere è
    conformarsi a Cristo ed entrare nel suo amore. Perciò san Paolo nella
    Lettera ai Galati, nella quale soprattutto ha sviluppato la sua dottrina
    sulla giustificazione, parla della fede che opera per mezzo della carità
    (cfr Gal 5,14).
    Paolo sa che nel duplice amore di Dio e del prossimo è presente e adempiuta
    tutta la Legge. Così nella comunione con Cristo, nella fede che crea la
    carità, tutta la Legge è realizzata. Diventiamo giusti entrando in comunione
    con Cristo che è l'amore. Vedremo la stessa cosa nel Vangelo della prossima
    domenica, solennità di Cristo Re. È il Vangelo del giudice il cui unico
    criterio è l'amore. Ciò che domanda è solo questo: Tu mi hai visitato quando
    ero ammalato? Quando ero in carcere? Tu mi hai dato da mangiare quando ho
    avuto fame, tu mi hai vestito quando ero nudo? E così la giustizia si decide
    nella carità. Così, al termine di questo Vangelo, possiamo quasi dire: solo
    amore, sola carità. Ma non c'è contraddizione tra questo Vangelo e San
    Paolo. È la medesima visione, quella secondo cui la comunione con Cristo, la
    fede in Cristo crea la carità. E la carità è realizzazione della comunione
    con Cristo. Così, essendo uniti a Lui siamo giusti e in nessun altro modo.
    Alla fine, possiamo solo pregare il Signore che ci aiuti a credere. Credere
    realmente; credere diventa così vita, unità con Cristo, trasformazione della
    nostra vita. E così, trasformati dal suo amore, dall'amore di Dio e del
    prossimo, possiamo essere realmente giusti agli occhi di Dio.

     

  2. ccpace Guest

    Re: Dove Paolo e Lutero concordano, e dove invece no

    Il 22 Nov 2008, 16:37, "Jock McGraw" <jock.mcgraw*gmail.com> ha scritto:
    > [...]
    > E ai cristiani di Roma ribadisce che "tutti hanno peccato e sono privi

    della
    > gloria di Dio, ma sono giustificati gratuitamente per la sua grazia, per
    > mezzo della redenzione che è in Cristo Gesù (Rm 3,23-24). E aggiunge "Noi
    > riteniamo, infatti che l'uomo è giustificato per la fede,

    indipendentemente
    > dalle opere della Legge" (Ibid 28). Lutero a questo punto tradusse:
    > "giustificato per la sola fede". Ritornerò su questo punto alla fine della
    > catechesi. Prima dobbiamo chiarire che cosa è questa "Legge" dalla quale
    > siamo liberati e che cosa sono quelle "opere della Legge" che non
    > giustificano. Già nella comunità di Corinto esisteva l'opinione che

    sarebbe
    > poi ritornata sistematicamente nella storia; l'opinione consisteva nel
    > ritenere che si trattasse della legge morale e che la libertà cristiana
    > consistesse quindi nella liberazione dall'etica. [...]


    Sarebbe bello, se nelle moderne traduzioni della Bibba, si smettesse di
    tradurre 'Legge' e si traducesse 'Torah', ...

    Saluti
    Claudio Pace.

    --------------------------------
    Inviato via http://arianna.libero.it/usenet/
     

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