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Discussione: Terroni - pino aprile

  1. Achab Guest

    Terroni - pino aprile



    http://www.edizpiemme.it/libri/terroni-9788856612738



    Tutto quello che è stato fatto perché gli italiani del Sud diventassero
    “meridionaliâ€


    Io non sapevo che i piemontesi fecero al Sud quello che i nazisti fecero
    a Marzabotto. Ma tante volte, per anni. E cancellarono per sempre molti
    paesi, in operazioni “anti-terrorismoâ€, come i marines in Iraq.
    Non sapevo che, nelle rappresaglie, si concessero libertÃ* di stupro
    sulle donne meridionali, come nei Balcani, durante
    il conflitto etnico; o come i marocchini delle truppe francesi, in
    Ciociaria, nell’invasione, da Sud, per redimere
    l’Italia dal fascismo (ogni volta che viene liberato, il Mezzogiorno ci
    rimette qualcosa). Ignoravo che, in nome dell’UnitÃ* nazionale, i
    fratelli d’Italia ebbero pure diritto di saccheggio delle cittÃ*
    meridionali, come i Lanzichenecchi a Roma. E che praticarono la tortura,
    come i marines ad Abu Ghraib, i francesi in Algeria, Pinochet in Cile.
    Non sapevo che in Parlamento, a Torino, un deputato ex garibaldino
    paragonò la ferocia e le stragi piemontesi al Sud a quelle di
    «Tamerlano, Gengis Khan e Attila». Un altro preferì tacere «rivelazioni
    di cui l’Europa potrebbe inorridire». E aribaldi parlò di «cose da
    cloaca». Né che si incarcerarono i meridionali senza accusa, senza
    processo e senza condanna, come è accaduto con gl’islamici a Guantánamo.
    Lì qualche centinaio, terroristi per definizione, perché musulmani; da
    noi centinaia di migliaia, briganti per definizione, perché meridionali.
    E, se bambini, briganti precoci; se donne, brigantesse o mogli, figlie,
    di briganti; o consanguinei di briganti (sino al terzo grado di
    parentela); o persino solo paesani o sospetti tali. Tutto a norma di
    legge, si capisce, come in Sudafrica, con l’apartheid. Io credevo che i
    briganti fossero proprio briganti, non anche ex soldati borbonici e
    patrioti alla guerriglia per difendere il proprio paese invaso. Non
    sapevo che il paesaggio del Sud divenne come quello del Kosovo, con
    fucilazioni in massa, fosse comuni, paesi che bruciavano sulle colline e
    colonne di decine di migliaia di profughi in marcia. Non volevo credere
    che i primi campi di concentramento e sterminio in Europa li istituirono
    gli italiani del Nord, per tormentare e farvi morire gli italiani del
    Sud, a migliaia, forse decine di migliaia (non si sa, perché li
    squagliavano nella calce), come nell’Unione Sovietica di Stalin.
    Ignoravo che il ministero degli Esteri dell’Italia unita cercò per anni
    «una landa desolata», fra Patagonia, Borneo e altri sperduti lidi, per
    deportarvi i meridionali e annientarli lontano da occhi indiscreti. Né
    sapevo che i fratelli d’Italia arrivati dal Nord svuotarono le ricche
    banche meridionali, regge, musei, case private (rubando persino le
    posate), per pagare i debiti del Piemonte e costituire immensi patrimoni
    privati. E mai avrei immaginato che i Mille fossero quasi tutti avanzi
    di galera. Non sapevo che, a Italia così unificata, imposero una tassa
    aggiuntiva ai meridionali, per pagare le spese della guerra di conquista
    del Sud, fatta senza nemmeno dichiararla. Ignoravo che l’occupazione del
    Regno delle Due Sicilie fosse stata decisa, progettata, protetta da
    Inghilterra e Francia, e parzialmente finanziata dalla massoneria (detto
    da Garibaldi, sino al gran maestro Armando Corona, nel 1988). Né sapevo
    che il Regno delle Due Sicilie fosse, fino al momento dell’aggressione,
    uno dei paesi più industrializzati del mondo (terzo, dopo Inghilterra e
    Francia, prima di essere invaso).
    E non c’era la “burocrazia borbonicaâ€, intesa quale caotica e
    inefficiente: lo specialista inviato da Cavour nelle Due
    Sicilie, per rimettervi ordine, riferì di un «mirabile organismo
    finanziario» e propose di copiarla, in una relazione che
    è «una lode sincera e continua». Mentre «il modello che presiede alla
    nostra amministrazione», dal 1861, «è quello franco-napoleonico, la cui
    versione sabauda è stata modulata dall’unitÃ* in avanti in adesione a una
    miriade di pressioni localistiche e corporative» (Marco Meriggi, Breve
    storia dell’Italia settentrionale).
    Ignoravo che lo stato unitario tassò ferocemente i milioni di disperati
    meridionali che emigravano in America, per
    assistere economicamente gli armatori delle navi che li trasportavano e
    i settentrionali che andavano a “far la stagioneâ€, per qualche mese in
    Svizzera. Non potevo immaginare che l’Italia unita facesse pagare più
    tasse a chi stentava e moriva di malaria nelle caverne dei Sassi di
    Matera, rispetto ai proprietari delle ville sul lago
    di Como. Avevo giÃ* esperienza delle ferrovie peggiori al Sud che al
    Nord, ma non che, alle soglie del 2000, col resto d’Italia percorso da
    treni ad alta velocitÃ*, il Mezzogiorno avesse quasi mille chilometri di
    ferrovia in meno che prima della Seconda guerra mondiale (7.958 contro
    8.871), quasi sempre ancora a binario unico e con gran parte della rete
    non elettrificata.
    Come potevo immaginare che stessimo così male, nell’inferno dei Borbone,
    che per obbligarci a entrare nel paradiso
    portatoci dai piemontesi ci vollero orribili rappresaglie, stragi, una
    dozzina di anni di combattimenti, leggi
    speciali, stati d’assedio, lager? E che, quando riuscirono a farci
    smettere di preferire la morte al loro paradiso, scegliemmo piuttosto di
    emigrare a milioni (e non era mai successo)?
    Ignoravo che avrei dovuto studiare il francese, per apprendere di essere
    italiano: «Le Royaume d’Italie est
    aujourd’hui un fait» annunciò Cavour al Senato. «Le Roi notre auguste
    Souverain prend pour lui-même et pour ses successeurs le titre de Roi
    d’Italie.»
    Credevo al Giosue Carducci delle Letture del Risorgimento italiano: «Né
    mai unitÃ* di nazione fu fatta per aspirazione
    di più grandi e pure intelligenze, né con sacrifici di più nobili e
    sante anime, né con maggior libero consentimento
    di tutte le parti sane del popolo». Affermazione riportata in apertura
    del libro (Il Risorgimento italiano) distribuito gratuitamente dai
    Centri di Lettura e Informazione a cura del ministero della Pubblica
    Istruzione Direzione Generale per l’Educazione Popolare, dal 1964. Il
    curatore, Alberto M. Ghisalberti, avverte che, «a un secolo di distanza
    (...), la revisione critica operata dagli storici possa suggerire
    interpretazioni diversamente meditate (...) della più complessa
    realtÃ* del “libero consentimento†al quale si riferisce il poeta». Chi
    sa, capisce; chi non sa, continua a non capire.
    Scoprirò poi che Carducci, privatamente, scriveva: «A Lei pare una bella
    cosa questa Italia?»; tanto che, per lui, evitare di parlarne «può anche
    essere opera di caritÃ*». (Storia d’Italia, Einaudi).
    Io avevo sempre creduto ai libri di storia, alla leggenda di Garibaldi.
    Non sapevo nemmeno di essere meridionale, nel senso che non avevo mai
    attribuito alcun valore, positivo o negativo, al fatto di essere nato
    più a Sud o più a Nord di un altro. Mi ritenevo solo fortunato a essere
    nato italiano. E fra gl’italiani più fortunati, perché vivevo sul mare.
    A mano a mano che scoprivo queste cose, ne parlavo. Io stupito; gli
    ascoltatori increduli. Poi, io furioso; gli ascoltatori seccati:
    esagerazioni, invenzioni e, se vere, cose vecchie.
    E mi accorsi che diventavo meridionale, perché, stupidamente, maturavo
    orgoglio per la geografia di cui, altrettanto
    stupidamente, Bossi e complici volevano che mi vergognassi. Loro che
    usano “italiano†come un insulto e
    abitano la parte della penisola che fu denominata “Italiaâ€, quando Roma
    riorganizzò l’impero (quella meridionale
    venne chiamata “Apuliaâ€, dal nome della mia regione. Ma la prima
    “Italia†della storia fu un pezzo di Calabria sul
    Tirreno). Si è scritto tanto sul Sud, ma non sembra sia servito a molto,
    perché «ogni battaglia contro pregiudizi universalmente condivisi è una
    battaglia persa» dice Nicholas Humphrey (Una storia della mente).
    «Perché non riprendi una delle tante pubblicazioni meridionaliste di
    venti, trent’anni fa, e la ristampi tale e quale? Chi si accorgerebbe
    che del tempo è passato, inutilmente?» suggeriva ottant’anni fa a Piero
    Gobetti, Tommaso Fiore che poi, per fortuna, scrisse Un popolo di
    formiche. E oggi, un economista indomito, Gianfranco Viesti (Abolire il
    Mezzogiorno), allarga le braccia: «Parlare di Mezzogiorno significa
    parlare del giÃ* detto, e del giÃ* fallito».
    Perché tale stato di cose è utile alla parte più forte del paese, anche
    se si presenta con due nomi diversi: “Questione meridionaleâ€, ovvero
    dell’aspirazione del Sud a uscire dalla subalternitÃ* impostagli; e
    “Questione settentrionaleâ€, di recente conio, ovvero della volontÃ* del
    Nord di mantenere la subalternitÃ* del Sud e il redditizio vantaggio di
    potere conquistato con le armi e una legislazione squilibrata. Dopo
    centocinquant’anni, questo sistema rischia di spezzare il paese. Si sa;
    e si finge di non saperlo, perché troppi sono gl’interessi che se ne
    nutrono.
    Così, accade che la veritÃ* venga scritta, ma non sia letta; e se letta,
    non creduta; e se creduta, non presa in considerazione; e se presa in
    considerazione, non tanto da cambiare i comportamenti, da indurre ad
    agire “di conseguenzaâ€. I meridionali si lamentano sempre e i carcerati
    si dicono tutti innocenti. Il paragone non è casuale; nel bel libro
    Sull’identitÃ* meridionale, Mario Alcaro scrive: «Si può dire che è la
    difesa di un imputato, di un cittadino del Sud che cerca una risposta
    alle tante critiche e accuse che gli son piovute addosso». Il
    pregiudizio (pre, “primaâ€) è una condanna senza processo. Sospetto che
    la sua persistenza eviti, a chi lo nutre, un’ammissione di colpa.
    «L’uomo è un animale mosso in modo determinante dalla colpa» rammenta
    Luigi Zoja in Storia dell’arroganza. «Un sentimento di colpa può essere
    spostato, non cancellato.» E il Nord aggressore incolpa l’aggredito
    delle conseguenze dell’aggressione: rimosso il rimorso, se mai c’è stato.
    Noi meridionali conosciamo bene tutto questo: non ci indigna nemmeno
    più; ci stanca: «Senti che la gente ti capisce
    male, che devi parlare più forte, gridare» spiegava Cechov. «E le grida
    sono ripugnanti. Parli a voce sempre
    più bassa, forse tra poco tacerai del tutto.» Fra le urla dell’altro,
    ormai privo del freno della vergogna che lo rendeva
    civile. Oggi, nuovi fermenti animano una ricerca di veritÃ* storica, non
    solo meridionale, che viene dal basso, più che dalle aule universitarie
    o dalla politica, dalle istituzioni. Non è facile capire dove questo
    possa portare; se a un revanscismo uguale e opposto al razzismo nordista
    di Lega e collaterali, o a una comune crescita di consapevolezza e
    conoscenza: un nuovo meridionalismo non solo meridionale (e sarebbe un
    ritorno alle origini, perché nacque nordico, specie lombardo), per
    ridare un’anima decente a un’Italia che l’ha smarrita, nel fallimento
    della politica e la sua riduzione a furia predatoria di egoismi
    personali e territoriali. Temo, per il pessimismo della ragione e perché
    i segni vanno in quella direzione, che il peggio prevalga, proprio “perâ€
    e non “nonostante†i suoi difetti (è la legge di Greg e Galton, che
    ricordo in Elogio dell’imbecille). Ma, per l’ottimismo della volontÃ*,
    spero nel contrario (nemmeno il peggio dura per sempre; e anche i
    peggiori muoiono).
    Il Nord, visto da Sud, è Caino: da lì vennero quelli che, dicendosi
    fratelli, compirono al Sud, a scopo di rapina, il
    massacro più imponente mai subito da queste regioni (e sì che di barbari
    ne sono passati). I musei del Risorgimento,
    nota Mario Isnenghi, nella sua Breve storia dell’Italia unita a uso dei
    perplessi, sono quasi tutti al Centro o al Nord.
    Il Nord è dove ho lavorato anni e ho amici, ed è casa mia; come il Sud,
    dove sono nato; o il Centro, dove abito. Gl’italiani vanno al Nord in
    cerca di soldi; al Sud in cerca dell’anima. All’estero smettono di
    essere meridionali o settentrionali e diventano solo italiani
    (indistintamente, nel pregiudizio altrui, geni e farabutti). Il Sud,
    visto da Nord, è L’inferno, titolo del libro di Giorgio Bocca che nel
    2008 ha scritto sul «Venerdì» di «Repubblica », non so quanto
    provocatoriamente: «Sì, è vero, sono un antimeridionale... Passo per
    razzista, e forse lo sono». Nessuno vi trovò da ridire: è o no il Sud,
    nella geografia, anche morale, il luogo del male? Del male senza
    possibilitÃ* di redenzione: ché questo è l’inferno, congrua immagine del
    «paradiso abitato da diavoli», secondo l’Alexandre Dumas che accompagnò
    Garibaldi (e a che prezzo!) alla conquista e al saccheggio. Caino, al
    contrario, è un’espressione più saggia e attenta
    alla veritÃ*, perché Caino non è perso per sempre, a differenza di chi
    precipita all’inferno: gli viene offerta una possibilitÃ* di riscatto, in
    un’altra terra. Anche se non la coglie. Né pare vogliano farlo, oggi,
    tanti che ancora godono del vantaggio ereditato da chi venne a
    sterminarci. Quando scrivo “i settentrionaliâ€, “i piemontesiâ€, non
    intendo generalizzare (come avviene quando si parla di “meridionaliâ€).
    Alcuni dei più grandi meridionalisti erano del Nord; e gli ascari che in
    Parlamento votano (dal 1861) contro l’equitÃ* per le regioni che li hanno
    eletti, sono meridionali.
    Il Sud è stato privato delle sue istituzioni; fu privato delle sue
    industrie, della sua ricchezza, della capacitÃ* di reagire;
    della sua gente (con una emigrazione indotta o forzata senza pari in
    Europa); infine, con un’operazione di lobotomia
    culturale, fu privato della consapevolezza di sé, della memoria. Noi non
    sappiamo più chi fummo. Ed è accaduto come
    agli ebrei travolti dall’Olocausto (il paragone non è esagerato:
    centinaia di migliaia, forse un milione di meridionali
    furono sterminati dalle truppe sabaude; da tredici a oltre venti
    milioni, secondo i conteggi, dovettero abbandonare la
    loro terra, in un secolo): molti scampati ai lager cominciarono a
    domandarsi se il male che li aveva investiti non fosse
    in qualche modo meritato. Quando il danno è intollerabile, cercare una
    colpa, pur assurda, inesistente, che lo
    renda comprensibile (non giustificabile), diventa una via per non
    perdere la ragione. Lo storico Ettore Ciccotti parlò
    di «una specie di antisemitismo italiano» nei confronti degl’italiani
    del Sud. La Lega, espressione di un nazionalismo
    locale comico, se non fosse tragico, ne è la manifestazione più sincera.
    Ed è accaduto che i meridionali abbiano fatto propri i pregiudizi di cui
    erano oggetto. E che, per un processo
    d’inversione della colpa, la vittima si sia addossata quella del
    carnefice. Succede quando il dolore della colpa che ci
    si attribuisce è più tollerabile del male subìto. Così, la resistenza
    all’invasore, agli stupri, alla perdita dei
    beni, della vita, dell’identitÃ*, del proprio paese, è divenuta
    “vergognaâ€. Solo ora, dopo un secolo e mezzo, le famiglie
    meridionali che ebbero guerriglieri e patrioti combattenti cominciano a
    recuperare l’orgoglio dei propri avi, tutti etichettati come “brigantiâ€
    dall’aggressore (naturalmente, il fenomeno porta all’immeritato riscatto
    morale pure di chi era brigante e basta. Di malfattori ce ne furono
    altri: mafiosi arruolati da Garibaldi e piemontesi; ma vennero detti
    “buoni italianiâ€. Criminale non è quel che fai, ma per chi lo fai). Un
    giorno calcolai quanti miei familiari, da parte di padre e di madre,
    sono emigrati (i pugliesi furono gli ultimi a partire): uno ogni due.
    Una mia cugina, dopo sei mesi al Nord, tornò per le ferie estive (come
    alcuni volatili, il periodico riapparire degli
    emigrati annuncia le stagioni: li chiamavano birds of passage, “uccelli
    di passaggioâ€, nell’America del Nord; e golondrinas, “rondiniâ€, in
    quella del Sud). Era cambiata: vestiva in modo più appariscente, esibiva
    un accento non suo, roteava stizzosamente le spalle, il mento puntuto e
    alto. Parlava malissimo dei meridionali, con astio rovente e ridicolo.
    «Ma cosa fanno di così terribile?» le chiese mia madre, incuriosita. Lei
    tacque per lo stupore, si guardò intorno, come a cercare una risposta.
    Era sorpresa, o ci parve, dalla stupiditÃ* della domanda: c’era bisogno
    di una ragione per parlar male dei meridionali? Così, poverina, se ne
    uscì con una frase, lei settentrionale da sei mesi, che la bollò per
    sempre, in famiglia: «Sporcano i monumenti». Come i piccioni; ma, per
    fortuna, non dall’alto.
    Cosa le fosse accaduto, lo capii molto più tardi. Uno dei miei migliori
    amici fu tra i primi arrivati della Lega Nord:
    abbiamo scoperto di avere la stessa passione per la vela, di aver
    acquistato (prima che ci conoscessimo) le stesse barche, di avere una
    moglie con lo stesso, non comunissimo nome, e di averla sposata lo
    stesso giorno. Il mio amico si chiama (nooo!) Remo, i suoi nonni sono di
    Benevento e di Matera; lui è vissuto a lungo in Argentina, poi è
    rientrato in Italia. Sua moglie è veneta, emigrata dal Polesine in
    Francia (l’isola di famiglia, alla foce del Po, finì sommersa, con
    fattorie e frutteti: da possidenti a naufraghi); poi è tornata in
    patria, fra Piemonte e Lombardia.
    Leghisti accesi entrambi, fino a quando il movimento non assunse
    connotazioni separatiste. «La Lega è piena di
    meridionali e di figli di meridionali» mi spiegava Remo. «Sono i più
    convinti.» Anche quella mia cugina è leghista.
    Perché? Chi emigra, abbandona una comunitÃ* e una terra che figurano
    deboli e perdenti e mira a radicarsi in un altrove che appare forte e
    vincente: l’emigrato non appartiene più alla sua gente, e non ancora
    all’altra (così crede). In cerca di identitÃ*, non può che scegliere, lui
    sradicato e sospeso, la più forte. E questa sua nuova appartenenza è
    tanto più certa, quanto maggiore è la distanza che frappone fra ciò che
    era e ciò che vuole essere (in La lingua degli emigrati, si legge che
    essi «rivivono nel paese di arrivo la loro situazione di “dominati†in
    termini ancor più drammatici»; e vogliono uscirne. Si educano ad altro
    da quel che sono. Quando il carnefice ti toglie tutto, l’unico punto di
    riferimento che ti rimane è il carnefice. Lo imiti). Il settentrionale
    non ha bisogno di essere leghista; il meridionale al Nord non può farne
    a meno, se di scarsa radice. Ed è il più attivo nel sostenere
    un’esclusione che non escluda più lui, ma chi è come lui era. I prossimi
    leghisti saranno i nipoti degli extracomunitari. «Ma dubito» avverte
    Piero Bocchiaro, studioso di comportamenti psico-sociali alla Vrije
    Universiteit di Amsterdam, «che quel che viene mostrato corrisponda a
    quel che si è.» Come dire: quello dell’emigrato che sposa nuovi costumi
    è un fare che non corrisponde all’essere; un vivere doppio; non sempre
    consapevole. Serve rivangare vecchie storie? Non sono così vecchie da
    aver smesso di far male e produrre conseguenze: la storia di oggi è
    ancora quella di ieri. La nostra fu interrotta e si può riannodarla solo
    nel punto in cui venne spezzata. Non si può scegliere la ripartenza che
    più conviene.
    Quel che gli italiani venuti dal Nord ci fecero fu così spaventoso, che
    ancora oggi lo si tace nei libri di storia e nelle
    veritÃ* ufficiali; si tengono al buio molti documenti che lo raccontano.
    Una parte dell’Italia, in pieno sviluppo, fu condannata a regredire e
    depredata dall’altra, che con il bottino finanziò la propria crescita e
    prese un vantaggio, poi difeso con ogni mezzo, incluse le leggi. La
    questione meridionale, il ritardo del Sud rispetto al Nord, non resiste
    “malgrado†la nascita dell’Italia unita, ma sorse da quella e dura
    tuttora, perché è il motore dell’economia
    del Nord. Né una sostanziale e improbabile restituzione del maltolto
    riporterebbe le cose com’erano: la perdita di fiducia e civiltÃ*
    provocata nel Sud dalla potatura dei migliori, con le stragi e
    l’emigrazione, non è recuperabile
    in tempi brevi. Certi processi storici e sociali non possono essere
    invertiti a comando; quello economico forse,
    sì. Volendo. Ma non si vuole. E i difetti dei meridionali, ne vogliamo
    parlare? No. Almeno qui, no, visto che del Sud si elencano sempre e solo
    quelli. Il collega Lino Patruno (Alla riscossa terroni) ne enumera
    trentadue; ha rfodai Poggi Longostrevi alle cliniche della morte, gli
    sfrenati intrecci affaristici di Comunione e Liberazione...
    «La corruttela politica nostra non è male meridionale più che non sia
    settentrionale, e non è in essa che si deve cercare il vero carattere
    distintivo delle opposte parti d’Italia» (Ettore Ciccotti, Mezzogiorno e
    Settentrione d’Italia, 1898). La Germania Ovest, giÃ* nei primi anni di
    riunificazione con la più povera Germania Est, spese, nei territori
    orientali, «una cifra cinque volte superiore a quella che è costata in
    questi cinquant’anni la vituperata Cassa per il Mezzogiorno» (Se il
    Nord, Agazio Loiero); e ogni anno vi investe quanto gli Stati Uniti, con
    il Piano Marshall, inviarono dopo la guerra, per la ricostruzione
    dell’intera Europa. Era l’unico modo per far confluire la ricchezza
    dell’Ovest dall’altra parte, sino a pareggiare il livello, in vent’anni.
    Lì si volle; e il di più dell’Ovest non era stato rubato all’Est. Quando
    una differenza dura così a lungo, si rischia di non attribuirne più le
    ragioni alle cause che l’hanno generata e la mantengono, ma
    all’insufficienza di chi la patisce. Così, l’ignorante per ignoranza, il
    colto per attiva coscienza, il razzista per ignoranza e cattiva
    coscienza, trovano più comodo spiegare il sottosviluppo economico dei
    neri con l’inferioritÃ* della “razzaâ€. Lo si diceva dei lombardi, quando
    la loro regione era tenuta dagli austroungarici solo come area di
    consumo di beni prodotti altrove. Il Nord era nella condizione di
    colonia cui fu condannato il Sud dopo l’annessione e il saccheggio: è
    quel «che l’economia capitalistica fa a’ vinti nella lotta della
    concorrenza» (ancora Ciccotti). Anche allora si indagò sugli effetti,
    per non riconoscerne le cause. E si cercò di capire perché il lombardo
    fosse così incapace, inefficiente, «in una parola, nullo», secondo la
    sociologa Cristina Belgioioso, autrice dell’indagine sulla pochezza dei
    «padani» (fra i quali, Cesare Lombroso condusse la ricerca sul
    «cretinismo perfetto»): i Bossi, i Calderoli e i Gentilini non nascono
    dal niente. I “Lombardiâ€, come venivano chiamati tutti gli italiani del
    Nord, erano giudicati dai francesi “vigliacchi e incapaciâ€. La Lombardia
    «era troppo piccola per alimentare un sufficiente mercato interno di
    scambio, e troppo debole per praticare una politica di espansione
    industriale fuori
    dei suoi confini, qualunque fosse l’aiuto dello stato» scrive Luigi De
    Rosa, in La rivoluzione industriale in Italia. «Non
    molto migliori risultavano le condizioni industriali del Veneto, e così
    quelle della Liguria.»
    Il Sud fu unito a forza, svuotato dei suoi beni e soggiogato, per
    consentire lo sviluppo del Nord. Cominciarono
    allora a sorgere fermenti federalisti lombardi: «Quelli che parlano di
    uno “stato di Milanoâ€, per contrapporlo al resto
    d’Italia» avvertiva Ciccotti, fanno l’errore di credere «che Milano
    sarebbe divenuta qual è senza l’unitÃ* d’Italia»; e
    «hanno bisogno di dissimularsi le vere cagioni del male, per vivere de’
    frutti del mal di tutti, facendo della diversa lingua o del diverso
    dialetto e delle diverse latitudini tante ragioni di dissidi». Vivere
    de’ frutti del mal di tutti: fare stare tutti peggio, per star meglio
    soltanto loro, con la scusa del federalismo.
    Si chiama rubare. Ed era un secolo fa. Rammento la conversazione con un
    collega che stimo, milanese pratico e di successo. Il tema, visto da
    Nord (lui), si riduceva a: «Invece di lamentarsi sempre, i meridionali
    potrebbero darsi una mossa»; e visto da Sud (me): «Invece di continuare
    a spiegarsi il ritardo del Sud con l’insufficienza dei meridionali, il
    Nord potrebbe interrogarsi un po’ di più sulle cause e non crearne di
    nuove». Mark Twain diceva che «siamo tutti esseri umani. Non è possibile
    essere qualcosa di peggio». Da noi, qualche tentativo di dargli torto
    c’è stato. Salimbene da Parma, ricorda Barberis (Il bisogno di patria),
    stimava la viltÃ* dei meridionali congenita, perché «homines caccarelli
    et merdacoli». E per uno dei fondatori del Partito socialista, il
    bolognese Camillo Prampolini, gli italiani si dividono in «nordici e
    sudici ». Uno “scienziatoâ€, poi, confermerÃ* la correttezza della
    definizione, per «questi degenerati che abborrono l’acqua in terra e in
    mare, che non possono giustificare la loro immensa sporcizia colla
    immensa miseria in cui il destino li ha fatti nascere». E si capisce
    che, fosse stato lui il destino, non li avrebbe fatti nascere. Ma il
    destino non si cambia e persino lo si merita (o no?). Sorge il sospetto
    che, dopo aver fatto l’Italia con il furto e il sangue, bisognava
    giustificare il modo. «In quegli anni» leggi in La razza maledetta. Alle
    origini del pregiudizio antimeridionale, di Vito Teti «il dibattito
    sulla razza e sull’inferioritÃ* del Mezzogiorno venne condotto in una
    infinitÃ* di saggi, libri, articoli, interventi, a riprova di come esso
    non rispondesse a una moda, ma a esigenze conoscitive, cariche di
    un’urgenza politica, sociale, culturale.» La “scienza†lombrosiana (nata
    da un soggiorno del suo fondatore di soli tre mesi in Calabria: un genio
    da far impallidire Darwin) avrebbe portato alle attese conclusioni.
    Così (in ritardo, ché mio padre non mi aveva detto niente: o non se
    n’era accorto o volle risparmiarmi una vergogna
    di famiglia), appresi di appartenere a una “razza maledettaâ€; e seppi
    che era dimostrata, con «i fatti», l’inferioritÃ*
    «razziale, fisica e psicologica, sociale e morale degl’italiani del
    Mezzogiorno, rispetto agli italiani del Settentrione».
    Facevo veramente schifo e mi era toccato scoprirlo da solo: era meglio
    quando, con i soldi di tutti, aprivano scuole solo al Nord (l’ha fatto
    qualcun altro, prima dell’apparente ministro dell’Istruzione Mariastella
    Gelmini), perché, se i
    terroni imparano a leggere, possono farsi del male. Che ne sapevo io, di
    essere, in quanto meridionale, parte di una
    sottospecie di «degenerati, barbari, degradati, ritardati»? E, in
    trasferta all’estero, per emigrazione (e che altro, se del Sud?), solo
    «delinquenti»? Persino in presenza di genio, trattasi di «genialitÃ*
    malata o infeconda» (Pasquale Rossi). E un’intera regione, la Calabria,
    riassunto di tutto il Sud, poteva essere indicata come «luogo di
    epilettici-degenerati, di popolazioni superstiziose, tendenzialmente,
    per caratteri razziali e temperamento etnico, criminali». Come vi
    sentireste, voi, voi euganei, valdostani o brianzoli, o anche solo
    marchigiani, persino soltanto molisani, se scopriste una cosa del genere
    non prima, ma dopo aver sposato una calabrese (ignari di indizi
    rivelatori, quali «la fronte declive e il diametro bimandibolare
    accentuato»)? Mettermi in casa una della regione «più odiata d’Italia»!
    E la poveretta di mia moglie mi avrebbe evitato, se avesse conosciuto lo
    “studio†che “certificava†(“scientificamenteâ€, e si capisce) l’ozio,
    l’indolenza, l’apatia, l’accidia dei pugliesi? Per una parte non breve
    della mia vita, mi sono aggirato per questo paese, inconsapevole della
    classificazione craniologica, secondo la quale le teste dolicocefale del
    Sud erano chiaro indice di inferioritÃ*, rispetto alle capocce
    brachicefale che testimoniavano la superioritÃ* dei settentrionali. Di
    Borghezio, avete presente? O Renzo Bossi (tutto papÃ* suo),
    l’intellettuale che riesce a diplomarsi in appena quattro tentativi;
    dopo di che, per frenare la fuga dei cervelli dall’Italia il Nord l’ha
    incaricato di “vigilare†sul sistema fieristico lombardo. I meridionali,
    per Massimo D’Azeglio, erano «carne che puzzava» (la storia tace sul suo
    alito). Ma si è sempre i meridionali di qualcuno. Ed è un guaio, perché
    vuol dire che chi stila graduatorie finisce in quelle di altri. E perché
    si fanno le classifiche, a cosa servono? A degli studenti-cavia,
    volontari, si chiese di sopprimere, pigiando un bottone, esseri viventi,
    secondo una scala di prossimitÃ* biologica alla specie homo sapiens
    sapiens. Era tutto finto: non moriva nessuno; ma loro non lo sapevano ed
    erano convinti di uccidere, in un crescendo omicida, microbi, insetti,
    invertebrati, pesci, uccelli, serpenti, topi, gatti, cani, scimmie...
    Alcuni si fermarono agli uccelli; altri trovarono intollerabile
    accoppare gatti o cani, solo per un esperimento; ci fu chi rifiutò di
    proseguire solo quando gli fu chiesto di eliminare le scimmie; e chi
    eseguì anche quel comando. Un esperimento analogo fu compiuto con esseri
    umani nel ruolo di “vittimeâ€. A studenti-cavie fu chiesto di infliggere
    scariche elettriche sempre più pericolose. Erano fasulle, ma non lo
    sapeva chi azionò la manopola sino all’ultimo giro. La scienza, il
    progresso, la civiltÃ* richiedono qualche sacrificio, e si trova sempre
    qualcuno disposto a farlo fare ad altri.
    Anche fra gli esseri umani sono state fatte graduatorie: schiavi,
    servitori e padroni; poveri e ricchi; negri, sangue misti e bianchi;
    meridionali, terroni nordicizzati e settentrionali...
    Di nuovo: a cosa servono le classificazioni? Gli studenticavia ci hanno
    dato la risposta: a stabilire chi deve soffrire
    o morire prima, “per il bene di tutti†(cioè di quelli che hanno deciso
    a chi tocca prima). Le classifiche sono la giustificazione necessaria,
    perché questo avvenga senza rimorso, “per una buona ragioneâ€. Napoleone
    Colajanni ricordava quegli «antroposociologici che, per vedere
    progredire e migliorare l’umanitÃ*, vorrebbero distruggerne almeno una
    buona metÃ*».
    Hitler ci provò. Ma quando avviò lo sterminio dei minorati mentali, la
    Germania insorse e persino la ferocia nazista
    dovette desistere per le proteste popolari. Le vittime designate erano
    minorati, ma ariani. Quando si fece la stessa
    cosa con gli ebrei e gli zingari, la Germania tacque. Nella civile
    Treviso, un sindaco può proporre vagoni blindati per espellere gli
    extracomunitari, il loro uso come prede per i cacciatori locali, la
    rimozione delle panchine dal centro, per impedire che siano contaminate
    da terga extracomunitarie. E viene rieletto. Ma quando chiude lo stesso
    salotto cittadino ai cani domestici (e alle loro deiezioni), la
    popolazione scende in piazza e protesta. Nella scala delle
    dignitÃ* difendibili (o almeno delle sensibilitÃ* civili), Treviso pone i
    cani (e persino le loro feci, a doverla dire tutta)
    più in alto degli extracomunitari. Non è un’opinione; è un fatto: per
    Fido si sentirono offesi; per Abdul, non abbastanza. Le classificazioni
    sono gradini, indicano la direzione della violenza che le genera:
    dall’alto in basso. La quantitÃ* di violenza è proporzionale alla tenuta
    delle norme del vivere civile. Se queste si indeboliscono, abbiamo visto
    con quanta facilitÃ* si passi dalle sparate comico-razziste
    dell’intellighenzia balcanica (poco o per niente dissimili da quelle dei
    Bossi, dei Salvini, dei Calderoli, dei Gentilini) alla pulizia etnica.
    Il mio saggio amico Fulvio Molinari, giornalista e scrittore, ne ha
    paura: «Noi triestini l’abbiamo visto succedere alle porte di casa: chi
    abusa delle parole viene travolto dai fatti. Non si rendono conto». E
    pensate se, invece, se ne rendono pure conto... Trieste queste cose le
    percepisce prima e meglio degli altri, per la sensibilitÃ* della
    frontiera. Paolo Rumiz si è mosso da lì per il suo viaggio fra le
    inquietudini del Nord; e, in La secessione leggera, riporta le parole di
    un suo amico di Sarajevo: «Non è stato il fracasso dei cannoni a
    uccidere la Iugoslavia. È stato il silenzio. Il silenzio sul linguaggio
    della violenza, prima che sulla violenza». Le scritte «Forza Etna»,
    «Forza terremoto» comparse nel Nord (e il cui ricordo commuove e
    inorgoglisce i leghisti della prima ora, con la memoria degli eroici
    inizi) celano, sotto un’apparente esagerazione dialettica, un desiderio
    vero, profondo. Un desiderio criminale: a gente a cui il vulcano
    distruggeva case, aziende o a cui il terremoto uccideva i familiari,
    qualcuno augurava di peggio; e per questo otteneva voti, consenso
    sociale. Vergogna per loro; e per chi consentiva e consente. Quella
    violenza è solo verbale, ma va nel senso della
    classificazione, perché quando il Po uscì dagli argini, distrusse case,
    fece vittime o quando l’ictus paralizzò Bossi,
    nessuno al Sud scrisse sui viadotti dell’autostrada: «Forza Po» e «Forza
    ictus». La differenza fra le scritte leghiste e
    l’assenza di risposta può essere in qualche millennio di storia in più
    (magari!), o nell’accettazione del ruolo dei vinti
    (più probabile). L’aggressione leghista ha indotto molti a sentirsi
    meridionali, a riscoprire la propria storia; che i settentrionali
    preferiscono ignorare, un po’ perché credono di aver giÃ* capito quel che
    c’è da capire; un po’ perché non gl’interessa sapere del Sud, che
    associano a un’idea di cultura inutilmente contorta, elaborata,
    improduttiva, perdente e pretenziosa (insomma, un misto di invidiuzza e
    disprezzo per quegl’«intellettuali della Magna Grecia» che sanno un
    sacco di cose che non servono a niente); un po’ perché, nella ricerca di
    radici diverse e distanti, piuttosto che coltivare la ricchezza delle
    proprie, si trastullano con la patacca della “cultura celticaâ€.
    Comprensibile la “voglia di passatoâ€, ma perché forzarne un aspetto per
    adattarlo a un desiderio del presente? Si rischia la caricatura, come il
    kilt, il gonnellino degli scozzesi, che è un’invenzione folcloristica
    recente; o il «sole delle Alpi», quel fiore a sei petali, scelto dai
    leghisti quale loro simbolo, ma diffuso da sempre un po’ ovunque, e
    abbondantemente nel Mediterraneo: era giÃ* sugli scudi dei guerrieri di
    Puglia (però zona-Nord, eh?), più di tremila
    anni fa. Sciur Asterix de la Briansa, quello è il sole del Tavoliere!
    Ch’el vaga schisc anca (Ci vada piano pure) con
    l’avo barbarico: al Nord lasciò il nome a una regione, mentre al Sud i
    suoi stati e le sue leggi nei tribunali sopravvissero ancora per quasi
    tre secoli, e con tale forza ed estensione (parte della Campania, della
    Basilicata, della Puglia e della Calabria) che, nelle mappe dell’epoca,
    la “capitale di Longobardia†era Bari. Terun! Ma questo libro parla
    della costruzione della minoritÃ* del Mezzogiorno, così, tanto vale dirlo
    subito: il pur più duraturo stato meridionale di quei barbari che
    vennero a civilizzarsi in casa nostra passò alla storia con il nome di
    “Langobardia Minor†(e te pareva!). «Quando non si vuol fare qualcosa
    per capirla,» ha scritto Marco Paolini «si trasforma la storia in
    geografia.» E accettiamo che, contro il valore dei fatti, la geografia
    divenga comunque vincente, se segna Nord e comunque perdente, se segna
    Sud? E che la latitudine misuri il valore degli uomini, delle loro
    azioni, dei loro diritti? Ma non è esattamente questa l’essenza unica,
    piena, del razzismo? Non è nella facilitÃ* di tale promessa il suo
    successo con gli stupidi e gli egoisti? «Le identitÃ* plurali sono
    percepite dai nazionalismi come altrettante minacce» scrive Predrag
    Matvejevic´ in Mondo ex e tempo del dopo. E spiega che è proprio nelle
    «nazioni venute tardi», come l’Italia, che «queste malattie di identitÃ*»
    colpiscono più facilmente. Il Settentrione ne patisce, perché scellerate
    scelte politiche ed economiche hanno (de)portato al Nord alcuni milioni
    di meridionali, con i loro dialetti, le loro diete, le loro abitudini.
    Per quanto essi abbiano cercato di assimilare nuovi accenti e costumi, i
    propri hanno influito su quelli altrui; sapori e amori si sono fusi,
    generando un meticciato avvertito come minaccia per l’identitÃ* del Nord.
    La Lega, l’invenzione di riti celtico-padano-veneti sono furbate
    politiche per trasformare in voti il bisogno di riscoprire radici e
    armarle di razzismo («Decidemmo di sfruttare l’antimeridionalismo
    diffuso in Lombardia, come in altre regioni del Nord» ammette lo
    spudorato Umberto Bossi nel Mein Kampf della Lega, il suo Vento dal Nord).
    E ne patisce il Sud, che ha meglio conservato il colore delle radici
    (indebolite dall’esodo, ma non stemperate da
    tradizioni diverse), pur se nei comportamenti è stato indotto a
    rinnegarle, a ritenerle superate, scadenti, sconfitte. Come per gli
    ebrei convertiti a forza, gli è toccato sentire in un modo e agire in un
    altro. Finché, col tempo e le generazioni, quel sentire si è fatto
    flebile; salvo riaccendersi, per l’offesa, e proporsi “controâ€.
    La tardiva scoperta di essere meridionale mi ha rivelato un assurdo: i
    meridionali traggono il nome da quel che gli
    manca: il Sud. E pure quando la geografia gliene offriva uno (le
    infelici avventure contadine dei siciliani in Libia, in
    Tunisia), la storia glielo ha negato. Il mondo dei meridionali ha una
    direzione in meno: più giù di dove sono non si
    può andare, restando “a casaâ€. Il Sud porta con sé un’idea di gioia e di
    nostalgia; se la prima è data dal clima, dalla natura, l’altra (come
    accade, a volte, dopo un’amputazione) viene dal dolore dell’arto
    fantasma: fa male quello che non c’è. Il Sud. Ed è una negazione
    pesante. L’estremo lembo di alcune regioni, che il sentimento proprio
    e altrui percepisce “al confine del mondoâ€, è chiamato, in Galizia come
    in Cornovaglia o in Bretagna: Finisterrae. In
    Italia un posto così è in Puglia, a Santa Maria di Leuca: lì il mare si
    alza come un muro, a chiudere il discorso. La Puglia è un dito di terra
    lungo quasi quattrocento chilometri, ma largo poco più di trenta, verso
    Leuca. Significa che non solo ci manca il Sud (Finisterrae), ma altre
    due direzioni, l’Est e l’Ovest, sono appena abbozzate. Si intuisce
    altro, da qui, a cui non pensi se hai intorno un orizzonte completo e
    percorribile. Può trattarsi della direzione negata della vita. Un
    settentrionale può volgere gli occhi e cercarsi il futuro in ogni parte.
    Un meridionale, no: è costretto a guardare solo verso Nord: dalla
    storia, dall’economia figlia di quella storia, e persino dalla
    geografia. In realtÃ*, nemmeno il settentrionale ha davvero scelta; se
    rinuncia al Sud, come quattro scriteriati vorrebbero, cade nella nostra
    condizione (ma in modo artificioso, falso, quindi sterile): quella degli
    amputati. Mentre a noi tocca un arto fantasma che ti rende fertile
    (perché non è la tua volontÃ* a privartene), a prezzo di un dolore
    necessario: chi non raggiunge e comprende Finisterrae (la parte che
    manca) non sa il suo limite, non sa quel che vale. E si vede.
     

  2. viandante Guest

    Re: Terroni - pino aprile

    QUOTO!


    On Wed, 10 Mar 2010 16:47:48 +0100, Achab <achab*iol.it> wrote:

    >
    >
    >http://www.edizpiemme.it/libri/terroni-9788856612738
    >
    >
    >
    >Tutto quello che è stato fatto perché gli italiani del Sud diventassero
    >“meridionali”
    >
    >
    >Io non sapevo che i piemontesi fecero al Sud quello che i nazisti fecero
    >a Marzabotto. Ma tante volte, per anni. E cancellarono per sempre molti
    >paesi, in operazioni “anti-terrorismo”, come i marines in Iraq.
    >Non sapevo che, nelle rappresaglie, si concessero libertà di stupro
    >sulle donne meridionali, come nei Balcani, durante
    >il conflitto etnico; o come i marocchini delle truppe francesi, in
    >Ciociaria, nell’invasione, da Sud, per redimere
    >l’Italia dal fascismo (ogni volta che viene liberato, il Mezzogiorno ci
    >rimette qualcosa). Ignoravo che, in nome dell’Unità nazionale, i
    >fratelli d’Italia ebbero pure diritto di saccheggio delle città
    >meridionali, come i Lanzichenecchi a Roma. E che praticarono la tortura,
    >come i marines ad Abu Ghraib, i francesi in Algeria, Pinochet in Cile.
    >Non sapevo che in Parlamento, a Torino, un deputato ex garibaldino
    >paragonò la ferocia e le stragi piemontesi al Sud a quelle di
    >«Tamerlano, Gengis Khan e Attila». Un altro preferì tacere «rivelazioni
    >di cui l’Europa potrebbe inorridire». E aribaldi parlò di «cose da
    >cloaca». Né che si incarcerarono i meridionali senza accusa, senza
    >processo e senza condanna, come è accaduto con gl’islamici a Guantánamo.
    >Lì qualche centinaio, terroristi per definizione, perché musulmani; da
    >noi centinaia di migliaia, briganti per definizione, perché meridionali.
    >E, se bambini, briganti precoci; se donne, brigantesse o mogli, figlie,
    >di briganti; o consanguinei di briganti (sino al terzo grado di
    >parentela); o persino solo paesani o sospetti tali. Tutto a norma di
    >legge, si capisce, come in Sudafrica, con l’apartheid. Io credevo che i
    >briganti fossero proprio briganti, non anche ex soldati borbonici e
    >patrioti alla guerriglia per difendere il proprio paese invaso. Non
    >sapevo che il paesaggio del Sud divenne come quello del Kosovo, con
    >fucilazioni in massa, fosse comuni, paesi che bruciavano sulle colline e
    >colonne di decine di migliaia di profughi in marcia. Non volevo credere
    >che i primi campi di concentramento e sterminio in Europa li istituirono
    >gli italiani del Nord, per tormentare e farvi morire gli italiani del
    >Sud, a migliaia, forse decine di migliaia (non si sa, perché li
    >squagliavano nella calce), come nell’Unione Sovietica di Stalin.
    >Ignoravo che il ministero degli Esteri dell’Italia unita cercò per anni
    >«una landa desolata», fra Patagonia, Borneo e altri sperduti lidi, per
    >deportarvi i meridionali e annientarli lontano da occhi indiscreti. Né
    >sapevo che i fratelli d’Italia arrivati dal Nord svuotarono le ricche
    >banche meridionali, regge, musei, case private (rubando persino le
    >posate), per pagare i debiti del Piemonte e costituire immensi patrimoni
    >privati. E mai avrei immaginato che i Mille fossero quasi tutti avanzi
    >di galera. Non sapevo che, a Italia così unificata, imposero una tassa
    >aggiuntiva ai meridionali, per pagare le spese della guerra di conquista
    >del Sud, fatta senza nemmeno dichiararla. Ignoravo che l’occupazione del
    >Regno delle Due Sicilie fosse stata decisa, progettata, protetta da
    >Inghilterra e Francia, e parzialmente finanziata dalla massoneria (detto
    >da Garibaldi, sino al gran maestro Armando Corona, nel 1988). Né sapevo
    >che il Regno delle Due Sicilie fosse, fino al momento dell’aggressione,
    >uno dei paesi più industrializzati del mondo (terzo, dopo Inghilterra e
    >Francia, prima di essere invaso).
    >E non c’era la “burocrazia borbonica”, intesa quale caotica e
    >inefficiente: lo specialista inviato da Cavour nelle Due
    >Sicilie, per rimettervi ordine, riferì di un «mirabile organismo
    >finanziario» e propose di copiarla, in una relazione che
    >è «una lode sincera e continua». Mentre «il modello che presiede alla
    >nostra amministrazione», dal 1861, «è quello franco-napoleonico, la cui
    >versione sabauda è stata modulata dall’unità in avanti in adesione a una
    >miriade di pressioni localistiche e corporative» (Marco Meriggi, Breve
    >storia dell’Italia settentrionale).
    >Ignoravo che lo stato unitario tassò ferocemente i milioni di disperati
    >meridionali che emigravano in America, per
    >assistere economicamente gli armatori delle navi che li trasportavano e
    >i settentrionali che andavano a “far la stagione”, per qualche mese in
    >Svizzera. Non potevo immaginare che l’Italia unita facesse pagare più
    >tasse a chi stentava e moriva di malaria nelle caverne dei Sassi di
    >Matera, rispetto ai proprietari delle ville sul lago
    >di Como. Avevo già esperienza delle ferrovie peggiori al Sud che al
    >Nord, ma non che, alle soglie del 2000, col resto d’Italia percorso da
    >treni ad alta velocità, il Mezzogiorno avesse quasi mille chilometri di
    >ferrovia in meno che prima della Seconda guerra mondiale (7.958 contro
    >8.871), quasi sempre ancora a binario unico e con gran parte della rete
    >non elettrificata.
    >Come potevo immaginare che stessimo così male, nell’inferno dei Borbone,
    >che per obbligarci a entrare nel paradiso
    >portatoci dai piemontesi ci vollero orribili rappresaglie, stragi, una
    >dozzina di anni di combattimenti, leggi
    >speciali, stati d’assedio, lager? E che, quando riuscirono a farci
    >smettere di preferire la morte al loro paradiso, scegliemmo piuttosto di
    >emigrare a milioni (e non era mai successo)?
    >Ignoravo che avrei dovuto studiare il francese, per apprendere di essere
    >italiano: «Le Royaume d’Italie est
    >aujourd’hui un fait» annunciò Cavour al Senato. «Le Roi notre auguste
    >Souverain prend pour lui-même et pour ses successeurs le titre de Roi
    >d’Italie.»
    >Credevo al Giosue Carducci delle Letture del Risorgimento italiano: «Né
    >mai unità di nazione fu fatta per aspirazione
    >di più grandi e pure intelligenze, né con sacrifici di più nobili e
    >sante anime, né con maggior libero consentimento
    >di tutte le parti sane del popolo». Affermazione riportata in apertura
    >del libro (Il Risorgimento italiano) distribuito gratuitamente dai
    >Centri di Lettura e Informazione a cura del ministero della Pubblica
    >Istruzione Direzione Generale per l’Educazione Popolare, dal 1964. Il
    >curatore, Alberto M. Ghisalberti, avverte che, «a un secolo di distanza
    >(...), la revisione critica operata dagli storici possa suggerire
    >interpretazioni diversamente meditate (...) della più complessa
    >realtà del “libero consentimento” al quale si riferisce il poeta». Chi
    >sa, capisce; chi non sa, continua a non capire.
    >Scoprirò poi che Carducci, privatamente, scriveva: «A Lei pare una bella
    >cosa questa Italia?»; tanto che, per lui, evitare di parlarne «può anche
    >essere opera di carità». (Storia d’Italia, Einaudi).
    >Io avevo sempre creduto ai libri di storia, alla leggenda di Garibaldi.
    >Non sapevo nemmeno di essere meridionale, nel senso che non avevo mai
    >attribuito alcun valore, positivo o negativo, al fatto di essere nato
    >più a Sud o più a Nord di un altro. Mi ritenevo solo fortunato a essere
    >nato italiano. E fra gl’italiani più fortunati, perché vivevo sul mare.
    >A mano a mano che scoprivo queste cose, ne parlavo. Io stupito; gli
    >ascoltatori increduli. Poi, io furioso; gli ascoltatori seccati:
    >esagerazioni, invenzioni e, se vere, cose vecchie.
    >E mi accorsi che diventavo meridionale, perché, stupidamente, maturavo
    >orgoglio per la geografia di cui, altrettanto
    >stupidamente, Bossi e complici volevano che mi vergognassi. Loro che
    >usano “italiano” come un insulto e
    >abitano la parte della penisola che fu denominata “Italia”, quando Roma
    >riorganizzò l’impero (quella meridionale
    >venne chiamata “Apulia”, dal nome della mia regione. Ma la prima
    >“Italia” della storia fu un pezzo di Calabria sul
    >Tirreno). Si è scritto tanto sul Sud, ma non sembra sia servito a molto,
    >perché «ogni battaglia contro pregiudizi universalmente condivisi è una
    >battaglia persa» dice Nicholas Humphrey (Una storia della mente).
    >«Perché non riprendi una delle tante pubblicazioni meridionaliste di
    >venti, trent’anni fa, e la ristampi tale e quale? Chi si accorgerebbe
    >che del tempo è passato, inutilmente?» suggeriva ottant’anni fa a Piero
    >Gobetti, Tommaso Fiore che poi, per fortuna, scrisse Un popolo di
    >formiche. E oggi, un economista indomito, Gianfranco Viesti (Abolire il
    >Mezzogiorno), allarga le braccia: «Parlare di Mezzogiorno significa
    >parlare del già detto, e del già fallito».
    >Perché tale stato di cose è utile alla parte più forte del paese, anche
    >se si presenta con due nomi diversi: “Questione meridionale”, ovvero
    >dell’aspirazione del Sud a uscire dalla subalternità impostagli; e
    >“Questione settentrionale”, di recente conio, ovvero della volontà del
    >Nord di mantenere la subalternità del Sud e il redditizio vantaggio di
    >potere conquistato con le armi e una legislazione squilibrata. Dopo
    >centocinquant’anni, questo sistema rischia di spezzare il paese. Si sa;
    >e si finge di non saperlo, perché troppi sono gl’interessi che se ne
    >nutrono.
    >Così, accade che la verità venga scritta, ma non sia letta; e se letta,
    >non creduta; e se creduta, non presa in considerazione; e se presa in
    >considerazione, non tanto da cambiare i comportamenti, da indurre ad
    >agire “di conseguenza”. I meridionali si lamentano sempre e i carcerati
    >si dicono tutti innocenti. Il paragone non è casuale; nel bel libro
    >Sull’identità meridionale, Mario Alcaro scrive: «Si può dire che è la
    >difesa di un imputato, di un cittadino del Sud che cerca una risposta
    >alle tante critiche e accuse che gli son piovute addosso». Il
    >pregiudizio (pre, “prima”) è una condanna senza processo. Sospetto che
    >la sua persistenza eviti, a chi lo nutre, un’ammissione di colpa.
    >«L’uomo è un animale mosso in modo determinante dalla colpa» rammenta
    >Luigi Zoja in Storia dell’arroganza. «Un sentimento di colpa può essere
    >spostato, non cancellato.» E il Nord aggressore incolpa l’aggredito
    >delle conseguenze dell’aggressione: rimosso il rimorso, se mai c’è stato.
    >Noi meridionali conosciamo bene tutto questo: non ci indigna nemmeno
    >più; ci stanca: «Senti che la gente ti capisce
    >male, che devi parlare più forte, gridare» spiegava Cechov. «E le grida
    >sono ripugnanti. Parli a voce sempre
    >più bassa, forse tra poco tacerai del tutto.» Fra le urla dell’altro,
    >ormai privo del freno della vergogna che lo rendeva
    >civile. Oggi, nuovi fermenti animano una ricerca di verità storica, non
    >solo meridionale, che viene dal basso, più che dalle aule universitarie
    >o dalla politica, dalle istituzioni. Non è facile capire dove questo
    >possa portare; se a un revanscismo uguale e opposto al razzismo nordista
    >di Lega e collaterali, o a una comune crescita di consapevolezza e
    >conoscenza: un nuovo meridionalismo non solo meridionale (e sarebbe un
    >ritorno alle origini, perché nacque nordico, specie lombardo), per
    >ridare un’anima decente a un’Italia che l’ha smarrita, nel fallimento
    >della politica e la sua riduzione a furia predatoria di egoismi
    >personali e territoriali. Temo, per il pessimismo della ragione e perché
    >i segni vanno in quella direzione, che il peggio prevalga, proprio “per”
    >e non “nonostante” i suoi difetti (è la legge di Greg e Galton, che
    >ricordo in Elogio dell’imbecille). Ma, per l’ottimismo della volontà,
    >spero nel contrario (nemmeno il peggio dura per sempre; e anche i
    >peggiori muoiono).
    >Il Nord, visto da Sud, è Caino: da lì vennero quelli che, dicendosi
    >fratelli, compirono al Sud, a scopo di rapina, il
    >massacro più imponente mai subito da queste regioni (e sì che di barbari
    >ne sono passati). I musei del Risorgimento,
    >nota Mario Isnenghi, nella sua Breve storia dell’Italia unita a uso dei
    >perplessi, sono quasi tutti al Centro o al Nord.
    >Il Nord è dove ho lavorato anni e ho amici, ed è casa mia; come il Sud,
    >dove sono nato; o il Centro, dove abito. Gl’italiani vanno al Nord in
    >cerca di soldi; al Sud in cerca dell’anima. All’estero smettono di
    >essere meridionali o settentrionali e diventano solo italiani
    >(indistintamente, nel pregiudizio altrui, geni e farabutti). Il Sud,
    >visto da Nord, è L’inferno, titolo del libro di Giorgio Bocca che nel
    >2008 ha scritto sul «Venerdì» di «Repubblica », non so quanto
    >provocatoriamente: «Sì, è vero, sono un antimeridionale... Passo per
    >razzista, e forse lo sono». Nessuno vi trovò da ridire: è o no il Sud,
    >nella geografia, anche morale, il luogo del male? Del male senza
    >possibilità di redenzione: ché questo è l’inferno, congrua immagine del
    >«paradiso abitato da diavoli», secondo l’Alexandre Dumas che accompagnò
    >Garibaldi (e a che prezzo!) alla conquista e al saccheggio. Caino, al
    >contrario, è un’espressione più saggia e attenta
    >alla verità, perché Caino non è perso per sempre, a differenza di chi
    >precipita all’inferno: gli viene offerta una possibilità di riscatto, in
    >un’altra terra. Anche se non la coglie. Né pare vogliano farlo, oggi,
    >tanti che ancora godono del vantaggio ereditato da chi venne a
    >sterminarci. Quando scrivo “i settentrionali”, “i piemontesi”, non
    >intendo generalizzare (come avviene quando si parla di “meridionali”).
    >Alcuni dei più grandi meridionalisti erano del Nord; e gli ascari che in
    >Parlamento votano (dal 1861) contro l’equità per le regioni che li hanno
    >eletti, sono meridionali.
    >Il Sud è stato privato delle sue istituzioni; fu privato delle sue
    >industrie, della sua ricchezza, della capacità di reagire;
    >della sua gente (con una emigrazione indotta o forzata senza pari in
    >Europa); infine, con un’operazione di lobotomia
    >culturale, fu privato della consapevolezza di sé, della memoria. Noi non
    >sappiamo più chi fummo. Ed è accaduto come
    >agli ebrei travolti dall’Olocausto (il paragone non è esagerato:
    >centinaia di migliaia, forse un milione di meridionali
    >furono sterminati dalle truppe sabaude; da tredici a oltre venti
    >milioni, secondo i conteggi, dovettero abbandonare la
    >loro terra, in un secolo): molti scampati ai lager cominciarono a
    >domandarsi se il male che li aveva investiti non fosse
    >in qualche modo meritato. Quando il danno è intollerabile, cercare una
    >colpa, pur assurda, inesistente, che lo
    >renda comprensibile (non giustificabile), diventa una via per non
    >perdere la ragione. Lo storico Ettore Ciccotti parlò
    >di «una specie di antisemitismo italiano» nei confronti degl’italiani
    >del Sud. La Lega, espressione di un nazionalismo
    >locale comico, se non fosse tragico, ne è la manifestazione più sincera.
    >Ed è accaduto che i meridionali abbiano fatto propri i pregiudizi di cui
    >erano oggetto. E che, per un processo
    >d’inversione della colpa, la vittima si sia addossata quella del
    >carnefice. Succede quando il dolore della colpa che ci
    >si attribuisce è più tollerabile del male subìto. Così, la resistenza
    >all’invasore, agli stupri, alla perdita dei
    >beni, della vita, dell’identità, del proprio paese, è divenuta
    >“vergogna”. Solo ora, dopo un secolo e mezzo, le famiglie
    >meridionali che ebbero guerriglieri e patrioti combattenti cominciano a
    >recuperare l’orgoglio dei propri avi, tutti etichettati come “briganti”
    >dall’aggressore (naturalmente, il fenomeno porta all’immeritato riscatto
    >morale pure di chi era brigante e basta. Di malfattori ce ne furono
    >altri: mafiosi arruolati da Garibaldi e piemontesi; ma vennero detti
    >“buoni italiani”. Criminale non è quel che fai, ma per chi lo fai). Un
    >giorno calcolai quanti miei familiari, da parte di padre e di madre,
    >sono emigrati (i pugliesi furono gli ultimi a partire): uno ogni due.
    >Una mia cugina, dopo sei mesi al Nord, tornò per le ferie estive (come
    >alcuni volatili, il periodico riapparire degli
    >emigrati annuncia le stagioni: li chiamavano birds of passage, “uccelli
    >di passaggio”, nell’America del Nord; e golondrinas, “rondini”, in
    >quella del Sud). Era cambiata: vestiva in modo più appariscente, esibiva
    >un accento non suo, roteava stizzosamente le spalle, il mento puntuto e
    >alto. Parlava malissimo dei meridionali, con astio rovente e ridicolo.
    >«Ma cosa fanno di così terribile?» le chiese mia madre, incuriosita. Lei
    >tacque per lo stupore, si guardò intorno, come a cercare una risposta.
    >Era sorpresa, o ci parve, dalla stupidità della domanda: c’era bisogno
    >di una ragione per parlar male dei meridionali? Così, poverina, se ne
    >uscì con una frase, lei settentrionale da sei mesi, che la bollò per
    >sempre, in famiglia: «Sporcano i monumenti». Come i piccioni; ma, per
    >fortuna, non dall’alto.
    >Cosa le fosse accaduto, lo capii molto più tardi. Uno dei miei migliori
    >amici fu tra i primi arrivati della Lega Nord:
    >abbiamo scoperto di avere la stessa passione per la vela, di aver
    >acquistato (prima che ci conoscessimo) le stesse barche, di avere una
    >moglie con lo stesso, non comunissimo nome, e di averla sposata lo
    >stesso giorno. Il mio amico si chiama (nooo!) Remo, i suoi nonni sono di
    >Benevento e di Matera; lui è vissuto a lungo in Argentina, poi è
    >rientrato in Italia. Sua moglie è veneta, emigrata dal Polesine in
    >Francia (l’isola di famiglia, alla foce del Po, finì sommersa, con
    >fattorie e frutteti: da possidenti a naufraghi); poi è tornata in
    >patria, fra Piemonte e Lombardia.
    >Leghisti accesi entrambi, fino a quando il movimento non assunse
    >connotazioni separatiste. «La Lega è piena di
    >meridionali e di figli di meridionali» mi spiegava Remo. «Sono i più
    >convinti.» Anche quella mia cugina è leghista.
    >Perché? Chi emigra, abbandona una comunità e una terra che figurano
    >deboli e perdenti e mira a radicarsi in un altrove che appare forte e
    >vincente: l’emigrato non appartiene più alla sua gente, e non ancora
    >all’altra (così crede). In cerca di identità, non può che scegliere, lui
    >sradicato e sospeso, la più forte. E questa sua nuova appartenenza è
    >tanto più certa, quanto maggiore è la distanza che frappone fra ciò che
    >era e ciò che vuole essere (in La lingua degli emigrati, si legge che
    >essi «rivivono nel paese di arrivo la loro situazione di “dominati” in
    >termini ancor più drammatici»; e vogliono uscirne. Si educano ad altro
    >da quel che sono. Quando il carnefice ti toglie tutto, l’unico punto di
    >riferimento che ti rimane è il carnefice. Lo imiti). Il settentrionale
    >non ha bisogno di essere leghista; il meridionale al Nord non può farne
    >a meno, se di scarsa radice. Ed è il più attivo nel sostenere
    >un’esclusione che non escluda più lui, ma chi è come lui era. I prossimi
    >leghisti saranno i nipoti degli extracomunitari. «Ma dubito» avverte
    >Piero Bocchiaro, studioso di comportamenti psico-sociali alla Vrije
    >Universiteit di Amsterdam, «che quel che viene mostrato corrisponda a
    >quel che si è.» Come dire: quello dell’emigrato che sposa nuovi costumi
    >è un fare che non corrisponde all’essere; un vivere doppio; non sempre
    >consapevole. Serve rivangare vecchie storie? Non sono così vecchie da
    >aver smesso di far male e produrre conseguenze: la storia di oggi è
    >ancora quella di ieri. La nostra fu interrotta e si può riannodarla solo
    >nel punto in cui venne spezzata. Non si può scegliere la ripartenza che
    >più conviene.
    >Quel che gli italiani venuti dal Nord ci fecero fu così spaventoso, che
    >ancora oggi lo si tace nei libri di storia e nelle
    >verità ufficiali; si tengono al buio molti documenti che lo raccontano.
    >Una parte dell’Italia, in pieno sviluppo, fu condannata a regredire e
    >depredata dall’altra, che con il bottino finanziò la propria crescita e
    >prese un vantaggio, poi difeso con ogni mezzo, incluse le leggi. La
    >questione meridionale, il ritardo del Sud rispetto al Nord, non resiste
    >“malgrado” la nascita dell’Italia unita, ma sorse da quella e dura
    >tuttora, perché è il motore dell’economia
    >del Nord. Né una sostanziale e improbabile restituzione del maltolto
    >riporterebbe le cose com’erano: la perdita di fiducia e civiltà
    >provocata nel Sud dalla potatura dei migliori, con le stragi e
    >l’emigrazione, non è recuperabile
    >in tempi brevi. Certi processi storici e sociali non possono essere
    >invertiti a comando; quello economico forse,
    >sì. Volendo. Ma non si vuole. E i difetti dei meridionali, ne vogliamo
    >parlare? No. Almeno qui, no, visto che del Sud si elencano sempre e solo
    >quelli. Il collega Lino Patruno (Alla riscossa terroni) ne enumera
    >trentadue; ha rfodai Poggi Longostrevi alle cliniche della morte, gli
    >sfrenati intrecci affaristici di Comunione e Liberazione...
    >«La corruttela politica nostra non è male meridionale più che non sia
    >settentrionale, e non è in essa che si deve cercare il vero carattere
    >distintivo delle opposte parti d’Italia» (Ettore Ciccotti, Mezzogiorno e
    >Settentrione d’Italia, 1898). La Germania Ovest, già nei primi anni di
    >riunificazione con la più povera Germania Est, spese, nei territori
    >orientali, «una cifra cinque volte superiore a quella che è costata in
    >questi cinquant’anni la vituperata Cassa per il Mezzogiorno» (Se il
    >Nord, Agazio Loiero); e ogni anno vi investe quanto gli Stati Uniti, con
    >il Piano Marshall, inviarono dopo la guerra, per la ricostruzione
    >dell’intera Europa. Era l’unico modo per far confluire la ricchezza
    >dell’Ovest dall’altra parte, sino a pareggiare il livello, in vent’anni.
    >Lì si volle; e il di più dell’Ovest non era stato rubato all’Est. Quando
    >una differenza dura così a lungo, si rischia di non attribuirne più le
    >ragioni alle cause che l’hanno generata e la mantengono, ma
    >all’insufficienza di chi la patisce. Così, l’ignorante per ignoranza, il
    >colto per attiva coscienza, il razzista per ignoranza e cattiva
    >coscienza, trovano più comodo spiegare il sottosviluppo economico dei
    >neri con l’inferiorità della “razza”. Lo si diceva dei lombardi, quando
    >la loro regione era tenuta dagli austroungarici solo come area di
    >consumo di beni prodotti altrove. Il Nord era nella condizione di
    >colonia cui fu condannato il Sud dopo l’annessione e il saccheggio: è
    >quel «che l’economia capitalistica fa a’ vinti nella lotta della
    >concorrenza» (ancora Ciccotti). Anche allora si indagò sugli effetti,
    >per non riconoscerne le cause. E si cercò di capire perché il lombardo
    >fosse così incapace, inefficiente, «in una parola, nullo», secondo la
    >sociologa Cristina Belgioioso, autrice dell’indagine sulla pochezza dei
    >«padani» (fra i quali, Cesare Lombroso condusse la ricerca sul
    >«cretinismo perfetto»): i Bossi, i Calderoli e i Gentilini non nascono
    >dal niente. I “Lombardi”, come venivano chiamati tutti gli italiani del
    >Nord, erano giudicati dai francesi “vigliacchi e incapaci”. La Lombardia
    >«era troppo piccola per alimentare un sufficiente mercato interno di
    >scambio, e troppo debole per praticare una politica di espansione
    >industriale fuori
    >dei suoi confini, qualunque fosse l’aiuto dello stato» scrive Luigi De
    >Rosa, in La rivoluzione industriale in Italia. «Non
    >molto migliori risultavano le condizioni industriali del Veneto, e così
    >quelle della Liguria.»
    >Il Sud fu unito a forza, svuotato dei suoi beni e soggiogato, per
    >consentire lo sviluppo del Nord. Cominciarono
    >allora a sorgere fermenti federalisti lombardi: «Quelli che parlano di
    >uno “stato di Milano”, per contrapporlo al resto
    >d’Italia» avvertiva Ciccotti, fanno l’errore di credere «che Milano
    >sarebbe divenuta qual è senza l’unità d’Italia»; e
    >«hanno bisogno di dissimularsi le vere cagioni del male, per vivere de’
    >frutti del mal di tutti, facendo della diversa lingua o del diverso
    >dialetto e delle diverse latitudini tante ragioni di dissidi». Vivere
    >de’ frutti del mal di tutti: fare stare tutti peggio, per star meglio
    >soltanto loro, con la scusa del federalismo.
    >Si chiama rubare. Ed era un secolo fa. Rammento la conversazione con un
    >collega che stimo, milanese pratico e di successo. Il tema, visto da
    >Nord (lui), si riduceva a: «Invece di lamentarsi sempre, i meridionali
    >potrebbero darsi una mossa»; e visto da Sud (me): «Invece di continuare
    >a spiegarsi il ritardo del Sud con l’insufficienza dei meridionali, il
    >Nord potrebbe interrogarsi un po’ di più sulle cause e non crearne di
    >nuove». Mark Twain diceva che «siamo tutti esseri umani. Non è possibile
    >essere qualcosa di peggio». Da noi, qualche tentativo di dargli torto
    >c’è stato. Salimbene da Parma, ricorda Barberis (Il bisogno di patria),
    >stimava la viltà dei meridionali congenita, perché «homines caccarelli
    >et merdacoli». E per uno dei fondatori del Partito socialista, il
    >bolognese Camillo Prampolini, gli italiani si dividono in «nordici e
    >sudici ». Uno “scienziato”, poi, confermerà la correttezza della
    >definizione, per «questi degenerati che abborrono l’acqua in terra e in
    >mare, che non possono giustificare la loro immensa sporcizia colla
    >immensa miseria in cui il destino li ha fatti nascere». E si capisce
    >che, fosse stato lui il destino, non li avrebbe fatti nascere. Ma il
    >destino non si cambia e persino lo si merita (o no?). Sorge il sospetto
    >che, dopo aver fatto l’Italia con il furto e il sangue, bisognava
    >giustificare il modo. «In quegli anni» leggi in La razza maledetta. Alle
    >origini del pregiudizio antimeridionale, di Vito Teti «il dibattito
    >sulla razza e sull’inferiorità del Mezzogiorno venne condotto in una
    >infinità di saggi, libri, articoli, interventi, a riprova di come esso
    >non rispondesse a una moda, ma a esigenze conoscitive, cariche di
    >un’urgenza politica, sociale, culturale.» La “scienza” lombrosiana (nata
    >da un soggiorno del suo fondatore di soli tre mesi in Calabria: un genio
    >da far impallidire Darwin) avrebbe portato alle attese conclusioni.
    >Così (in ritardo, ché mio padre non mi aveva detto niente: o non se
    >n’era accorto o volle risparmiarmi una vergogna
    >di famiglia), appresi di appartenere a una “razza maledetta”; e seppi
    >che era dimostrata, con «i fatti», l’inferiorità
    >«razziale, fisica e psicologica, sociale e morale degl’italiani del
    >Mezzogiorno, rispetto agli italiani del Settentrione».
    >Facevo veramente schifo e mi era toccato scoprirlo da solo: era meglio
    >quando, con i soldi di tutti, aprivano scuole solo al Nord (l’ha fatto
    >qualcun altro, prima dell’apparente ministro dell’Istruzione Mariastella
    >Gelmini), perché, se i
    >terroni imparano a leggere, possono farsi del male. Che ne sapevo io, di
    >essere, in quanto meridionale, parte di una
    >sottospecie di «degenerati, barbari, degradati, ritardati»? E, in
    >trasferta all’estero, per emigrazione (e che altro, se del Sud?), solo
    >«delinquenti»? Persino in presenza di genio, trattasi di «genialità
    >malata o infeconda» (Pasquale Rossi). E un’intera regione, la Calabria,
    >riassunto di tutto il Sud, poteva essere indicata come «luogo di
    >epilettici-degenerati, di popolazioni superstiziose, tendenzialmente,
    >per caratteri razziali e temperamento etnico, criminali». Come vi
    >sentireste, voi, voi euganei, valdostani o brianzoli, o anche solo
    >marchigiani, persino soltanto molisani, se scopriste una cosa del genere
    >non prima, ma dopo aver sposato una calabrese (ignari di indizi
    >rivelatori, quali «la fronte declive e il diametro bimandibolare
    >accentuato»)? Mettermi in casa una della regione «più odiata d’Italia»!
    >E la poveretta di mia moglie mi avrebbe evitato, se avesse conosciuto lo
    >“studio” che “certificava” (“scientificamente”, e si capisce) l’ozio,
    >l’indolenza, l’apatia, l’accidia dei pugliesi? Per una parte non breve
    >della mia vita, mi sono aggirato per questo paese, inconsapevole della
    >classificazione craniologica, secondo la quale le teste dolicocefale del
    >Sud erano chiaro indice di inferiorità, rispetto alle capocce
    >brachicefale che testimoniavano la superiorità dei settentrionali. Di
    >Borghezio, avete presente? O Renzo Bossi (tutto papà suo),
    >l’intellettuale che riesce a diplomarsi in appena quattro tentativi;
    >dopo di che, per frenare la fuga dei cervelli dall’Italia il Nord l’ha
    >incaricato di “vigilare” sul sistema fieristico lombardo. I meridionali,
    >per Massimo D’Azeglio, erano «carne che puzzava» (la storia tace sul suo
    >alito). Ma si è sempre i meridionali di qualcuno. Ed è un guaio, perché
    >vuol dire che chi stila graduatorie finisce in quelle di altri. E perché
    >si fanno le classifiche, a cosa servono? A degli studenti-cavia,
    >volontari, si chiese di sopprimere, pigiando un bottone, esseri viventi,
    >secondo una scala di prossimità biologica alla specie homo sapiens
    >sapiens. Era tutto finto: non moriva nessuno; ma loro non lo sapevano ed
    >erano convinti di uccidere, in un crescendo omicida, microbi, insetti,
    >invertebrati, pesci, uccelli, serpenti, topi, gatti, cani, scimmie...
    >Alcuni si fermarono agli uccelli; altri trovarono intollerabile
    >accoppare gatti o cani, solo per un esperimento; ci fu chi rifiutò di
    >proseguire solo quando gli fu chiesto di eliminare le scimmie; e chi
    >eseguì anche quel comando. Un esperimento analogo fu compiuto con esseri
    >umani nel ruolo di “vittime”. A studenti-cavie fu chiesto di infliggere
    >scariche elettriche sempre più pericolose. Erano fasulle, ma non lo
    >sapeva chi azionò la manopola sino all’ultimo giro. La scienza, il
    >progresso, la civiltà richiedono qualche sacrificio, e si trova sempre
    >qualcuno disposto a farlo fare ad altri.
    >Anche fra gli esseri umani sono state fatte graduatorie: schiavi,
    >servitori e padroni; poveri e ricchi; negri, sangue misti e bianchi;
    >meridionali, terroni nordicizzati e settentrionali...
    >Di nuovo: a cosa servono le classificazioni? Gli studenticavia ci hanno
    >dato la risposta: a stabilire chi deve soffrire
    >o morire prima, “per il bene di tutti” (cioè di quelli che hanno deciso
    >a chi tocca prima). Le classifiche sono la giustificazione necessaria,
    >perché questo avvenga senza rimorso, “per una buona ragione”. Napoleone
    >Colajanni ricordava quegli «antroposociologici che, per vedere
    >progredire e migliorare l’umanità, vorrebbero distruggerne almeno una
    >buona metà».
    >Hitler ci provò. Ma quando avviò lo sterminio dei minorati mentali, la
    >Germania insorse e persino la ferocia nazista
    >dovette desistere per le proteste popolari. Le vittime designate erano
    >minorati, ma ariani. Quando si fece la stessa
    >cosa con gli ebrei e gli zingari, la Germania tacque. Nella civile
    >Treviso, un sindaco può proporre vagoni blindati per espellere gli
    >extracomunitari, il loro uso come prede per i cacciatori locali, la
    >rimozione delle panchine dal centro, per impedire che siano contaminate
    >da terga extracomunitarie. E viene rieletto. Ma quando chiude lo stesso
    >salotto cittadino ai cani domestici (e alle loro deiezioni), la
    >popolazione scende in piazza e protesta. Nella scala delle
    >dignità difendibili (o almeno delle sensibilità civili), Treviso pone i
    >cani (e persino le loro feci, a doverla dire tutta)
    >più in alto degli extracomunitari. Non è un’opinione; è un fatto: per
    >Fido si sentirono offesi; per Abdul, non abbastanza. Le classificazioni
    >sono gradini, indicano la direzione della violenza che le genera:
    >dall’alto in basso. La quantità di violenza è proporzionale alla tenuta
    >delle norme del vivere civile. Se queste si indeboliscono, abbiamo visto
    >con quanta facilità si passi dalle sparate comico-razziste
    >dell’intellighenzia balcanica (poco o per niente dissimili da quelle dei
    >Bossi, dei Salvini, dei Calderoli, dei Gentilini) alla pulizia etnica.
    >Il mio saggio amico Fulvio Molinari, giornalista e scrittore, ne ha
    >paura: «Noi triestini l’abbiamo visto succedere alle porte di casa: chi
    >abusa delle parole viene travolto dai fatti. Non si rendono conto». E
    >pensate se, invece, se ne rendono pure conto... Trieste queste cose le
    >percepisce prima e meglio degli altri, per la sensibilità della
    >frontiera. Paolo Rumiz si è mosso da lì per il suo viaggio fra le
    >inquietudini del Nord; e, in La secessione leggera, riporta le parole di
    >un suo amico di Sarajevo: «Non è stato il fracasso dei cannoni a
    >uccidere la Iugoslavia. È stato il silenzio. Il silenzio sul linguaggio
    >della violenza, prima che sulla violenza». Le scritte «Forza Etna»,
    >«Forza terremoto» comparse nel Nord (e il cui ricordo commuove e
    >inorgoglisce i leghisti della prima ora, con la memoria degli eroici
    >inizi) celano, sotto un’apparente esagerazione dialettica, un desiderio
    >vero, profondo. Un desiderio criminale: a gente a cui il vulcano
    >distruggeva case, aziende o a cui il terremoto uccideva i familiari,
    >qualcuno augurava di peggio; e per questo otteneva voti, consenso
    >sociale. Vergogna per loro; e per chi consentiva e consente. Quella
    >violenza è solo verbale, ma va nel senso della
    >classificazione, perché quando il Po uscì dagli argini, distrusse case,
    >fece vittime o quando l’ictus paralizzò Bossi,
    >nessuno al Sud scrisse sui viadotti dell’autostrada: «Forza Po» e «Forza
    >ictus». La differenza fra le scritte leghiste e
    >l’assenza di risposta può essere in qualche millennio di storia in più
    >(magari!), o nell’accettazione del ruolo dei vinti
    >(più probabile). L’aggressione leghista ha indotto molti a sentirsi
    >meridionali, a riscoprire la propria storia; che i settentrionali
    >preferiscono ignorare, un po’ perché credono di aver già capito quel che
    >c’è da capire; un po’ perché non gl’interessa sapere del Sud, che
    >associano a un’idea di cultura inutilmente contorta, elaborata,
    >improduttiva, perdente e pretenziosa (insomma, un misto di invidiuzza e
    >disprezzo per quegl’«intellettuali della Magna Grecia» che sanno un
    >sacco di cose che non servono a niente); un po’ perché, nella ricerca di
    >radici diverse e distanti, piuttosto che coltivare la ricchezza delle
    >proprie, si trastullano con la patacca della “cultura celtica”.
    >Comprensibile la “voglia di passato”, ma perché forzarne un aspetto per
    >adattarlo a un desiderio del presente? Si rischia la caricatura, come il
    >kilt, il gonnellino degli scozzesi, che è un’invenzione folcloristica
    >recente; o il «sole delle Alpi», quel fiore a sei petali, scelto dai
    >leghisti quale loro simbolo, ma diffuso da sempre un po’ ovunque, e
    >abbondantemente nel Mediterraneo: era già sugli scudi dei guerrieri di
    >Puglia (però zona-Nord, eh?), più di tremila
    >anni fa. Sciur Asterix de la Briansa, quello è il sole del Tavoliere!
    >Ch’el vaga schisc anca (Ci vada piano pure) con
    >l’avo barbarico: al Nord lasciò il nome a una regione, mentre al Sud i
    >suoi stati e le sue leggi nei tribunali sopravvissero ancora per quasi
    >tre secoli, e con tale forza ed estensione (parte della Campania, della
    >Basilicata, della Puglia e della Calabria) che, nelle mappe dell’epoca,
    >la “capitale di Longobardia” era Bari. Terun! Ma questo libro parla
    >della costruzione della minorità del Mezzogiorno, così, tanto vale dirlo
    >subito: il pur più duraturo stato meridionale di quei barbari che
    >vennero a civilizzarsi in casa nostra passò alla storia con il nome di
    >“Langobardia Minor” (e te pareva!). «Quando non si vuol fare qualcosa
    >per capirla,» ha scritto Marco Paolini «si trasforma la storia in
    >geografia.» E accettiamo che, contro il valore dei fatti, la geografia
    >divenga comunque vincente, se segna Nord e comunque perdente, se segna
    >Sud? E che la latitudine misuri il valore degli uomini, delle loro
    >azioni, dei loro diritti? Ma non è esattamente questa l’essenza unica,
    >piena, del razzismo? Non è nella facilità di tale promessa il suo
    >successo con gli stupidi e gli egoisti? «Le identità plurali sono
    >percepite dai nazionalismi come altrettante minacce» scrive Predrag
    >Matvejevic´ in Mondo ex e tempo del dopo. E spiega che è proprio nelle
    >«nazioni venute tardi», come l’Italia, che «queste malattie di identità»
    >colpiscono più facilmente. Il Settentrione ne patisce, perché scellerate
    >scelte politiche ed economiche hanno (de)portato al Nord alcuni milioni
    >di meridionali, con i loro dialetti, le loro diete, le loro abitudini.
    >Per quanto essi abbiano cercato di assimilare nuovi accenti e costumi, i
    >propri hanno influito su quelli altrui; sapori e amori si sono fusi,
    >generando un meticciato avvertito come minaccia per l’identità del Nord.
    >La Lega, l’invenzione di riti celtico-padano-veneti sono furbate
    >politiche per trasformare in voti il bisogno di riscoprire radici e
    >armarle di razzismo («Decidemmo di sfruttare l’antimeridionalismo
    >diffuso in Lombardia, come in altre regioni del Nord» ammette lo
    >spudorato Umberto Bossi nel Mein Kampf della Lega, il suo Vento dal Nord).
    >E ne patisce il Sud, che ha meglio conservato il colore delle radici
    >(indebolite dall’esodo, ma non stemperate da
    >tradizioni diverse), pur se nei comportamenti è stato indotto a
    >rinnegarle, a ritenerle superate, scadenti, sconfitte. Come per gli
    >ebrei convertiti a forza, gli è toccato sentire in un modo e agire in un
    >altro. Finché, col tempo e le generazioni, quel sentire si è fatto
    >flebile; salvo riaccendersi, per l’offesa, e proporsi “contro”.
    >La tardiva scoperta di essere meridionale mi ha rivelato un assurdo: i
    >meridionali traggono il nome da quel che gli
    >manca: il Sud. E pure quando la geografia gliene offriva uno (le
    >infelici avventure contadine dei siciliani in Libia, in
    >Tunisia), la storia glielo ha negato. Il mondo dei meridionali ha una
    >direzione in meno: più giù di dove sono non si
    >può andare, restando “a casa”. Il Sud porta con sé un’idea di gioia e di
    >nostalgia; se la prima è data dal clima, dalla natura, l’altra (come
    >accade, a volte, dopo un’amputazione) viene dal dolore dell’arto
    >fantasma: fa male quello che non c’è. Il Sud. Ed è una negazione
    >pesante. L’estremo lembo di alcune regioni, che il sentimento proprio
    >e altrui percepisce “al confine del mondo”, è chiamato, in Galizia come
    >in Cornovaglia o in Bretagna: Finisterrae. In
    >Italia un posto così è in Puglia, a Santa Maria di Leuca: lì il mare si
    >alza come un muro, a chiudere il discorso. La Puglia è un dito di terra
    >lungo quasi quattrocento chilometri, ma largo poco più di trenta, verso
    >Leuca. Significa che non solo ci manca il Sud (Finisterrae), ma altre
    >due direzioni, l’Est e l’Ovest, sono appena abbozzate. Si intuisce
    >altro, da qui, a cui non pensi se hai intorno un orizzonte completo e
    >percorribile. Può trattarsi della direzione negata della vita. Un
    >settentrionale può volgere gli occhi e cercarsi il futuro in ogni parte.
    >Un meridionale, no: è costretto a guardare solo verso Nord: dalla
    >storia, dall’economia figlia di quella storia, e persino dalla
    >geografia. In realtà, nemmeno il settentrionale ha davvero scelta; se
    >rinuncia al Sud, come quattro scriteriati vorrebbero, cade nella nostra
    >condizione (ma in modo artificioso, falso, quindi sterile): quella degli
    >amputati. Mentre a noi tocca un arto fantasma che ti rende fertile
    >(perché non è la tua volontà a privartene), a prezzo di un dolore
    >necessario: chi non raggiunge e comprende Finisterrae (la parte che
    >manca) non sa il suo limite, non sa quel che vale. E si vede.


    "L'essenziale è invisibile agli occhi"

    MSN pilumaga*hotmail.it
     

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